Ci meritiamo l’Agenda Digitale. Lavoriamo insieme.

Di seguito il mio intervento di ieri all’Avaya Forum 2013.

Stiamo vivendo un periodo fantastico dal punto di vista del fermento culturale e dell’innovazione. Sembra incredibile sentir dire queste parole, “periodo fantastico” in un momento di crisi profonda e, apparentemente, infinita … Però, a mio avviso, è partita una rivoluzione di pensiero, una rivoluzione di vita del cittadino. Un filosofo affermava che la ricerca della felicità individuale e la ricerca della felicità della comunità (il bene comune) si alternano, nella storia, come seguendo un’onda sinusoidale. Ecco, ora siamo nella fase della ricerca del bene comune. Molti, tanti, sempre di più, s’interessano di quello che è il bene comune cioè l’ambiente, il lavoro, l’energia, la connettività (nel mio caso), l’acqua, … S’interessano, cioè si informano, cioè ricercano l’informazione.

Siamo entrati nell’era 2.0. Tutti noi, non solo i nativi digitali; il 2.0 è un modo di vivere transgenerazionale, dal 16enne fino al pensionato, analogico fino a ieri. 2.0 vuol dire che l’informazione non è più solamente in un’unica direzione (da uno a molti –senza memoria- come la TV o come il vecchio web con i siti “vetrina”); ora chiunque può contribuire, nel fantastico circo mediatico dell’informazione, costruendo la notizia, l’idea, l’opinione, il progetto; c’è sempre di più la consapevolezza del “potere del telecomando”: spengo la TV e accendo la rete. In rete trovo le informazioni. Sono io che le cerco con un atteggiamento proattivo, non mi passano sotto al naso, mentre sto apparecchiando per la cena, ma le cerco, le trovo, sono li e rimangono li: questa è la memoria della rete. In rete riesco a trovare le informazioni aggregate per contenuto (l’hashtag può cambiare la visione del mondo), aggregate per gruppi di persone competenti che hanno messo la propria professionalità a servizio della comunità per risolvere un qualsiasi argomento vicino alle proprie competenze. Ecco, “il mettersi al servizio della comunità”, cioè il mettersi in gioco. Non si pensa più e solo con una visione individualistica ma si ragiona, ci si muove, ci si mette in gioco per il bene comune, per la comunità. La comunità è fatta di relazioni, è una rete di rapporti tra persone che portano le proprie competenze e le proprie ricchezze. La tecnologia ci è venuta dietro in questa evoluzione.  La rete è diventata 2.0, quindi interattiva e bidirezionale.

media sono diventati sociali e ripropongono le relazioni sociali. Offrono le “piazze virtuali” dove condividere informazioni, approfondire, decidere, tutto in maniera fluida, dove ognuno può dire la sua, ognuno può contribuire a costruire, a trasformare un’idea innovativa in progetto virtuoso.

Con la democratizzazione dell’uso delle tecnologie della comunicazione ogni giorno avvengono milioni di conversazioni che generano un patrimonio di dati che ci permettono di ripensare la governance, che ci devono far ragionare su un nuovo modello di governance.

I cittadini divengono da fruitori, produttori di contenuti e di idee con possibili risparmi di risorse e maggior efficienza nelle soluzioni.

I media sociali permettono la trasformazione di idee in progetti virtuosi e costituiscono piattaforma abilitante a scardinare meccanismi sociali e perfino di mercato.

Il web trasforma i comportamenti sociali: nel turismo, nel cibo, nell’ambiente.

L’accesso ai contenuti può essere facilmente disintermediato per un’ampia fascia di popolazione.

In ogni settore esiste un progetto peer to peer e di fronte alla complessità contemporanea e alla penuria di risorse, dobbiamo ripensare la progettazione e il ruolo delle istituzioni partendo da due nuovi assunti: le informazioni rilevanti possono essere raccolte attraverso l’uso dei media sociali e lo spazio pubblico deve essere ridefinito alla luce dei dati e delle nuove possibili interazioni.

La rete è uno strumento che permette di condividere e aggregare skills e conoscenze rilevanti spesso strategiche.

Il web ridefinisce lo spazio e la dialettica tra cittadini e Pubbliche Amministrazioni.

Si tratta di aiutare i governi e le aziende a prendere decisioni migliori, approfondendo i loro sforzi sia per coinvolgere i cittadini sia per leggere i dati che emergono dalle relazioni.

Come superare l’approccio centralista con i cittadini considerati consumatori passivi?

Il M5S ha superato –sta cercando di superare- questo approccio considerando gli elettori cittadini attivi.

Gli esempi e i dati a disposizione indicano che fuori dalla Pubblica Amministrazione ci sono proposte concrete per migliorare la qualità della vita, il livello d’istruzione e di sviluppo. La PA deve assumere un ruolo proattivo e centrale integrando in percorsi di co-progettazione tra pubblico privato e società civile, coloro che sono pronti a collaborare per costruire la visione di una città più smart, più dinamica, più flessibile e umana, condividendo dati ed esperienze per il bene comune.

Nel concreto, ribaltiamo il paradigma.

E-procurement: è efficace una vision dall’alto al basso come CONSIP che “impone” una tecnologia piuttosto che un’altra scelta con chissà quali logiche? Può aver senso affiancare a questo istituto un network di OPEN DATA, una narrazione di idee, di progetti, di co-progettazione, di best pratice.

Discorso analogo, e facciamo correre la fantasia sugli altri pillar dell’Agenda Digitale, sulla Sanità Digitale, sulla Istruzione Digitale, sulla Giustizia Digitale, sulla Mobilità-Trasporti (es. sw del comune di Rovigo), sull’Ambiente (Salviamo il Paesaggio), sul Turismo, sull’e-Goverment (Cittadinanza digitale per nascita, PEC, Open Source, cloud computing) …

I social network non eliminano il problema ma possono aiutare ad ascoltare i bisogni e le richieste dei cittadini, a garantire trasparenza e fiducia, favorendo interazione e contaminazione trasversale tra organizzazioni gerarchiche e flessibili, con ponti continui tra il centro e la periferia, tra settore pubblico, imprese e società civile.

Il MoVimento 5 Stelle è nato in questo scenario. Non solo denuncia, ma proposta, progetto, costruito in rete. E così è stato anche per l’Agenda Digitale. Nei mesi invernali abbiamo lavorato sul programma del MoVimento 5 Stelle attualizzandolo e aggiungendo alla parola “Informazione” il concetto di “digitalizzazione”. Il lavoro di digitalizzazione del Programma M5S si è sviluppato grazie al lavoro di centinaia di attivisti, in un processo aperto e democratico,

  • sul Meet Up regionale: piattaforma (e app) americana libera, che è stata utilizzata come forum con funzionalità anche di calendar,
  • sul Wiki Connettività: piattaforma PBWorks, anch’essa free, utilizzata per approfondire e sviluppare le tematiche, con funzionalità semplici di forum, modello WIKIpedia,
  • e su Liquid Feedback: piattaforma free, open source, balzata agli onori della cronaca per aver fatto la fortuna dei Piraten tedeschi; piattaforma utilizzata per discutere e votare le proposte più concrete e realizzabili coerentemente alle regole della Democrazia Liquida.

Agenda Digitale affronta il tema Open Data. Le Pubbliche Amministrazioni e gli organismi pubblici devono pubblicare i propri dati in formato aperto, cioè in modalità che ne permettano l’accesso e il riutilizzo, anche a fini commerciali, senza costi per i cittadini. I dati e le informazioni devono costituire un patrimonio collettivo, un bene pubblico digitale. In un paese in deficit di credibilità questa riforma ha lo scopo di promuovere innanzitutto la trasparenza ma soprattutto è il primo passo per creare un vero governo aperto che sappia collaborare con i cittadini e attivare percorsi di partecipazione alla gestione della cosa pubblica. In tema di trasparenza, dovranno poter essere consultati apertamente gli impegni di spesa: si dovrà poter sapere come vengono allocati i soldi pubblici; dovrà risultare evidente se, per realizzare un’opera d’importo ingente, al posto di bandire una procedura (Appalto, Gara, …) a evidenza pubblica, viene suddivisa l’opera in tanti piccoli capitoli di spesa con procedura in trattativa privata a inviti. Meccanismo nel quale s’innestano fatalmente lobbies e mafie. La trasparenza è sinonimo di legalità.

Noi tutti dobbiamo conquistarci, meritarci la legalità.

Dovranno poter essere consultate apertamente le delibere, le determine, i contratti (la gestione del quinto d’obbligo è sempre un’area oscura nella gestione dei contratti). Chissà perché parlando di questo mi è venuto in mente il progetto Campus2 del Comune di Milano… In ogni caso questo mi da il gancio per parlare del Divario Digitale, in inglese Digital Divide, cioè la realizzazione di nuove infrastrutture di rete per raggiungere la popolazione con una connettività più o meno larga o ultra larga. L’infrastruttura di rete è abilitante per i servizi digitali.

La Pubblica Amministrazione deve svolgere un ruolo proattivo di project management per attuare il progetto di realizzazione di nuove infrastrutture di rete, che abbia come obiettivo “la connettività come bene comune”. Grazie al Decreto Crescita, il Governo stanzierà parecchi fondi (che si sommano i finanziamenti europei) dedicati alla realizzazione di nuove infrastrutture di rete. Dobbiamo invertire il paradigma. Non più soldi pubblici a pioggia, magari mirati in virtù di un consociativismo o un’italiana tendenza alle lobbies o altro. Il Decreto Crescita prevede un’apertura alla collaborazione privato-pubblico, con un’impostazione dei Bandi di Gara a incentivo (una modalità diversa rispetto a quella usata finora da Infratel-Sviluppo economico per creare reti anti digital divide) che favoriscono il marketing territoriale.

La Pubblica Amministrazione, proprietaria (o controllante con le municipalizzate) di infrastrutture passive, quali fiumi, strade e autostrade, collettori fognari, illuminazione stradale, …, si deve sedere intorno a un tavolo congiunto con gli Operatori (che hanno necessità di un’infrastruttura di rete potente per i servizi 4G, per esempio) per realizzare congiuntamente una rete della quale solo una piccola parte diventerà di proprietà della PA per rilegare le proprie sedi (uffici, biblioteche, piscine, …); grazie a questa infrastruttura di rete di proprietà la PA potrà veicolare, a costo pari a zero, le comunicazioni interne voce-video-dati e potrà rendere fruibili al cittadino, nelle proprie sedi, grazie a un accesso wi-fi libero, i servizi digitali amministrativi accedibili gratuitamente e senza limiti di tempo. La rete del Comune può rilegarsi con altri comuni a livello provinciale, le provincie tra loro a livello regionale e così a livello nazionale. Gli Operatori, di contro, si trovano una rete performante e capillare sulla quale veicolare i propri servizi evoluti.

Un’altra linea d’azione per abbattere il Digital Divide: ottimizzazione della spesa corrente. Una best pratice e un caso con più ombre che luci per fissare questo semplice concetto.

La Provincia di Milano ha intrapreso negli anni 2003-2007 un articolato cammino progettuale, partito dalla fase di assessment per arrivare alla redazione di capitolati tecnici di più gare a evidenza pubblica bandite con una definita strategia digitale: abbattere la spesa corrente a favore del conto capitale per realizzare una rete di proprietà performante e di qualità. L’assessment ha reso evidente la spesa, verso un Operatore, pari a circa 400.000 € all’anno per collegare 20 telecamere sul territorio. Con un progetto quinquennale (400.000 € x 5 = 2.000.000 €) la PdM ha realizzato una rete (di proprietà, in conto capitale) di 250 km in fibra ottica posata nei collettori fognari controllati dai Consorzi Provinciali, rete che interconnette non solo le 20 telecamere, ma anche le sedi provinciali sul territorio. La rete ha poi federato alcuni Comuni della Provincia.

Il Comune di Milano, con Albertini sindaco, ha privatizzato AEM proprietaria delle fibre ottiche posate a realizzare una delle reti più capillari in Europa. Grazie a questa infrastruttura nascono Fastweb e Metroweb. Albertini ottiene l’utilizzo a titolo gratuito del 15% delle fibre ottiche posate. Letizia Moratti, nel 2005, bandisce una gara (Campus 2) da 14,5 milioni di € per collegare 700 siti del Comune con una rete in fibra ottica acquistata in modalità IRU (noleggio di fibra ottica spenta). In questo caso, nessun assessment, nessuna progettualità, nessuna ottimizzazione.

In conclusione, c’è un modo nuovo di lavorare. Un modo 2.0: trasparente, inclusivo, partecipativo, paritetico, efficace.

Collaboriamo nell’attuazione dell’Agenda Digitale, ce la meritiamo tutti!

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