Effetto N.I.M.B.Y. – Not In My Back Yard

Riporto un’intervista interessante a Christian Iaione sull’idea “Aste per le Localizzazioni”.

L’idea è basata su un meccanismo decisorio per individuare i territori nei quali andare ad insediare infrastrutture. Ogni infrastruttura crea effetti di “opposizione” locale nel territorio nel quale insiste. Si pensi alla TAV, a una nuova tangenziale, a un elettrodotto, a un traliccio di telecomunicazioni wireless, …

L’idea trasforma il rischio in opportunità passando, attraverso una competizione virtuosa basata non solo sulla quantità ma anche sulla qualità, dal perché no al perché sì. Il processo decisionale non è più “top down” ma implica una partecipazione e una consapevolezza degli attori insistenti sul territorio.

Ho riportato questa intervista perché proverò a declinare quest’idea su due temi a me cari:

  1. l’infrastruttura di rete della Pubblica Amministrazione
  2. l’inquinamento elettromagnetico.

Buona lettura e, ai prossimi post sotto “wireless” e “connettività @Milano”.

 Chi parla? 
Sono Christian Iaione, professore aggregato di Diritto pubblico all’Unicusano e di Comunicazione istituzionale alla Luiss Guido Carli e Caporedattore centrale di Labsus, Laboratorio per la sussidiarietà.

Da dove nasce la tua idea “Aste per le localizzazioni”?
In questo ultimo periodo sto lavorando su una ricerca che ha a che vedere con la localizzazione delle infrastrutture. Da qui nasce l’idea che ho presentato nell’ambito del concorso Italiacamp “La tua idea per il Paese”, organizzato da Associazione Italiacamp e patrocinato dalla Presidenza del Consiglio e che, lo scorso 30 novembre, è stata premiata tra le 10 idee più interessanti e promettenti.

Quale è il centro della tua idea?
La mia idea è centrata sulle “Aste per le localizzazioni”, cioè un nuovo meccanismo decisorio per individuare i territori nei quali andare ad insediare infrastrutture tendenzialmente suscettibili di creare effetti di opposizione a livello locale, il cosiddetto “effetto Nimby”[1]. La finalità é duplice: da un lato fare in modo che le pubbliche amministrazioni non vivano più il rapporto con territorio e cittadini come un ostacolo alla realizzazione delle infrastrutture e dall’altro fare in modo che gli stessi cittadini non intravedano nelle infrastrutture necessariamente un rischio piuttosto che una opportunità. Cosa, quest’ultima, sempre più diffusa. L’idea di base è mettere in competizione tra loro i territori per ottenere l’insediamento delle infrastrutture.

In che senso parli di competizione tra territori?
Parliamo chiaramente di una competizione che deve essere virtuosa, cioè non deve essere strutturata in modo tale da creare una corsa verso il basso, finendo per favorire chi chiede meno ad esempio per le opere di mitigazione. No. L’idea prevede che si attivi una competizione anche su elementi qualitativi, cioè sulla capacità di un territorio di ripensare se stesso, ospitando al proprio interno l’insediamento dell’infrastruttura.

Come si attiva un meccanismo di competizione virtuosa?
In realtà dovrebbero attivarsi due meccanismi tra loro integrati, che possiamo definire rispettivamente come “partecipazione alla competizione” e “rinuncia onerosa”. I due meccanismi si integrano nella necessità che si affermi un principio di solidarietà infrastrutturale. Con questo intendo dire che deve passare nel nostro Paese l’idea che non si può più semplicemente dire “no” rispetto alla localizzazione di un’infrastruttura ma ci vogliono dei “no” che siano costruttivi o almeno consapevoli dei costi esterni che così facendo si impongono all’intera società. Si deve, cioè, fare in modo che il dissenso sia responsabile e si carichi quindi di parte di questi costi che ne derivano.

Praticamente in cosa si tradurrebbe il principio di solidarietà infrastrutturale?
Questo principio prevede che un territorio che, in base a decisioni democraticamente assunte e dati tecnicamente (si spera) presidiati, decida di non ospitare una infrastruttura sia libero di farlo ma al tempo stesso sia cosciente del fatto che questo determinerà delle riduzioni di benessere legate al non ospitare quella infrastruttura. In questo contesto vanno previste delle forme di sanzione, o meglio di compartecipazione al costo che un altro territorio sopporterà proprio per l’infrastrutturazione che quel determinato territorio non ha voluto ospitare.

Tra chi si attiverebbe la competizione virtuosa per la localizzazione dell’infrastruttura?
La competizione è tra quei territori che decidono di candidarsi per accogliere nel proprio ambito una determinata infrastruttura e lo fanno, però, non semplicemente decidendo di rinunciare in misura maggiore di altri a compensazioni economiche o operazioni di mitigazione. Se così fosse, infatti, si determinerebbe una corsa verso il basso e a vincere la localizzazione sarebbe il territorio che chiede meno in termini di riequilibrio economico o ambientale. L’idea, come spiegavamo, è che la competizione si svolga anche su un piano qualitativo non solo quantitativo. Quindi a vincere deve essere il territorio che è in grado di progettare meglio il proprio sviluppo, la propria rinascita con in pancia quella stessa infrastruttura.

Quindi si ribalta la logica. In un certo senso si passa dal perché no al perché si? 
E’ vero che si tratta di una inversione di rotta, nel senso che l’iniziativa non parte più dall’alto per poi infrangersi contro il no di un territorio,  ovvero di un livello di governo inferiore. La vera inversione di rotta, tuttavia, sta proprio nello stimolare la capacità progettuale dei territori e delle comunità insediate nei territori, al fine di analizzare la propria vocazione territoriale, valorizzarla e usarla per sposarla con una determinata infrastruttura e, al tempo stesso, far leva sulla stessa infrastruttura per ripensare se stessi.

Esiste un’asta “tipo” per la localizzazione? 
Al momento non è possibile elaborare lo schema tipo di “asta per le localizzazioni” proprio perché questo è l’oggetto del futuro lavoro di sartorializzazione dell’idea a seconda dei contesti e delle infrastrutture, a seconda che queste siano puntuali e di rete. Si tratta, del resto, di un meccanismo già utilizzato o in fase di sperimentazione in altri Paesi, dalla Spagna alla Svezia ai Paesi nordamericani, dunque non ho la presunzione di arrivare qui con uno schema tipo. Sarebbe la negazione stessa della visione che è dietro l’idea che ho proposto: bisogna coinvolgere i promotori dell’infrastruttura, i livelli governo che hanno responsabilità e i territori che sono potenzialmente candidabili per la localizzazione di una determinata infrastruttura.

A quando la prima asta per la localizzazione in Italia? 
Cassa Depositi e Prestiti ha adottato questa idea. Ora il primo step è la formazione di un gruppo di lavoro che elaborerà uno studio di fattibilità e successivamente, sulla base dei risultati, si avvierà un’attività di implementazione e ulteriore ricerca della  proposta per calarla e sperimentarla in uno o più contesti concreti, in relazione a una o più tipologie di infrastrutture. Molto dipenderà anche dalla volontà dei diversi livelli di governo di innovare in questa materia, di voler sperimentare e battere strade nuove.

Il motore sarà dunque l’innovazione amministrativa?
Qui la volontà e la disponibilità delle amministrazioni di provare qualcosa di diverso e soprattutto di farlo con la reale partecipazione dei cittadini è lo snodo principale. Il punto è che questa materia, finora in Italia, è stata affrontata sempre con tecniche top down e mai con tecniche che partano dal basso. Non si è cercato di coinvolgere i cittadini attraverso un dialogo oppure un incentivo alla capacità progettuale degli stessi territori. Al tempo stesso ci sono territori che, a prescindere dal quadro legislativo nazionale, hanno deciso di adottare il dialogo con i cittadini e, aldilà di forme e norme che regolano i processi decisionali, hanno stabilito di proseguire su percorsi partecipativi reali. Si tratterà di fare qui lo stesso tipo di scelta: se ci sono territori che vogliono cimentarsi in un meccanismo concorrenziale per fare in modo di cambiare le proprie sorti forse questo sistema potrà aver successo.

[1] L’effetto Nimby  – precisa Christian – è sostanzialmente il sentimento di opposizione che a livello locale suscita l’insediamento di una nuova infrastruttura, potenzialmente vista come dannosa per la salute, l’estetica o l’equilibrio di un determinato territorio. Nimby è l acronimo inglese che sta per “Not in my back yard”, letteralmente “non nel mio cortile”, e riporta bene l’idea di un atteggiamento negativo che ha il cittadino che si vede insediare nel proprio habitat naturale di vita un elemento esterno, percepito come fonte di pericolo, rischio o diminuzione della propria qualità di vita.

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