Agenda Digitale & SmartCities

Siamo tutti Commissari Tecnici, anch’io dico la mia…

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Siamo tutti commissari tecnici in Italia, allora anche io dico la mia sull’Agenda Digitale.

Siamo in ritardo. Lo sappiamo, e questa è un’informazione sicuramente condivisa da tutti.
Il mio percepito mi dice che già nell’ottobre 2012, quando ci siamo spellati i polpastrelli sulla tastiera per il Decreto Sviluppo 2.0, eravamo in ritardo.
Cosa è stato fatto di “concreto” in questi ultimi 16 mesi?
Forse questi ultimi 16 mesi sono serviti a mettere un po’ di ordine nella razionalizzazione del “chi fa che cosa”, in particolare per quanto riguarda la governance e le competenze. Anche se poi il superChampion Francesco Caio, mister Agenda Digitale, non dialoga con l’Agenzia per l’Italia Digitale, che peraltro ha finalmente ottenuto il suo statuto dopo mesi e mesi di assurda attesa. Un tira e molla infinito tra MIUR, MES, e M** vari che un po’ di disordine in effetti lo ha creato…
Il premier Enrico Letta ha dato il mandato di mister Agenda Digitale a Francesco Caio, che però è sembrato un po’ un “cavallo stanco”. La relazione di Caio sullo stato delle reti a banda larga in Italia presentata pochi giorni fa a Palazzo Chigi contiene dati vecchi di 4 anni fa. Per carità, questi dati sono stati rivisti e aggiornati e scritti in inglese da due esperti d’Oltralpe, Gerard Pogorel, professore emerito dell’Università ParisTech di Parigi, e Scott Marcus, già advisor della Federal Communication Commission, il regolatore americano delle tlc.
A questo proposito sorge una domanda: ma con tutti i nostri bravi esperti italiani in materia, i nostri Politecnici, non si potevano invece ingaggiare forze nostrane legate al territorio e alla nostra bandiera?
Inoltre, considerato che l’incarico a Caio non è retribuito, non sarebbe stato forse meglio per l’Italia individuare un superChampion che venisse giustamente retribuito ma che in cambio si dedicasse giorno e notte al tema digitale, e non fosse contemporaneamente Amministratore Delegato di una S.p.A.?
Comunque, dei numerosi “pillar” del Decreto Sviluppo, nato dalle indicazioni di Agenda Digitale Europea e dal progetto Smart Cities, siamo riusciti a tenerne in piedi soltanto tre: Identità digitale, fatturazione elettronica e Anagrafe digitale.
Il tutto in un contesto non certo favorevole ma “viziato” da iniziative non certo brillanti – mi limito a citare l’equo compenso per copia privata e la Web Tax – che hanno messo in evidenza in modo chiaro come la politica non si in grado di parlare del “Digitale” come bene comune. C’è sempre un interesse privato nascosto che genera scalpore e disperde energie costruttive.

Energie costruttive che dovrebbero invece essere canalizzate nel redigere un piano attuativo, per mettere in campo un piano strategico organico che includa il privato nel processo di digitalizzazione delle PA.

Ma analizziamo bene quest’ultima frase.
Partiamo dal concetto di “piano strategico“, che dal mio punto di vista è l’equivalente di “piano industriale”. Ma al di là delle forme lessicali, è necessario definire una linea guida d’intenti, che uniformi l’approccio alla spesa pubblica e all’investimento e fissi l’interoperabilità delle varie declinazioni territoriali in un disegno unitario su scala nazionale. Mi spiego meglio: se si decide che si deve abbandonare la spesa corrente (canoni per CDN obsolete) per dedicare quel denaro in conto capitale allo scopo di costruirsi un’infrastruttura di proprietà, questo deve essere vero a tutti i livelli (comunale, provinciale, regionale) e ovunque.
Se si decide di lavorare per costruire un “cloud” nazionale, questa decisione si declina fino al piccolo Comune con una sola biblioteca e un’anagrafe di 200 persone.
Il “piano strategico” deve contenere l’impatto in bilancio, cioè le coperture e, anche, i processi di sostenibilità (spesa corrente => conto capitale, project financing ecc) che arrivano anche alle indicazioni di “marketing territoriale”.
A tutti i convegni  sull’Agenda Digitale si sente dire “con la Sanità Digitale (FES) risparmi fino a 10 miliardi di euro all’anno”; e ancora: “grazie alla Mobilità Digitale risparmi fino a …” e così via.
Bene, mettiamoli in fila tutti questi risparmi potenziali.
Il buon Politico deve tenere la barra dritta su questi obiettivi, creare un team interdisciplinare che costruisca il “piano strategico”. Di best practices ne abbiamo già tante.
Forse, come dice il mio caro amico Cristiano Radaelli,  il Ministero dello Sviluppo e dell’Innovazione potrebbe essere il luogo preposto per la definizione del Piano Strategico.

Torniamo ora sul concetto di “piano attuativo“, che prevede la definizione di chi deve fare le cose, di come le deve fare e di quando deve farle. Quale soggetto migliore dell’AGID, visto che l’Agenzia è declinata in staff di project manager che coordinano le Regioni, giù fino ai Comuni, passando dalle Province?
Non se ne può più di progetti (bandi) nazionali (per esempio i “6000 Campanili”), che arrivano in Regione (per esempio Lombardia), che non fa nulla se non spezzettarlo sui Comuni che ne fanno richiesta. Questi Comuni, magari piccoli, indicono poi una Gara o magari fanno semplicemente una trattativa privata, arrivando a una fase esecutiva che rischia di essere lacunosa e a una realizzazione che non parla con il vicino, figuriamoci con il resto dell’Italia. Quindi serve un’unità di intenti anche nelle tecnologie e nei servizi tecnologici.

Passiamo infine all’analisi della frase “includa il privato“: c’è una grande volontà del privato di collaborare all’Agenda Digitale e, oltre a smuovere il mercato (+2% sul PIL), si tratterebbe di un volano per la creazione di nuovi servizi, sfruttando esigenze spesso “latenti” (circa l’infrastruttura, il Wi-Fi serve agli Operatori per gestire meglio l’LTE e soddisfa le esigenze di comunicazione Amministrazione-Cittadino del Comune).

Ora siamo dispersi e frammentati.
Strutturiamo un’azione digitale per portare efficienza nella PA e renderla 2.0.
Si creeranno tanti servizi che riusciranno a soddisfare l’enorme domanda pubblica latente.
Per innovare e per crescere.

Letta, batti un colpo.

Un WIKI per l’Agenda Digitale

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Gli ultimi giorni sono stati particolarmente concitati sul web in tema di webtax, equo compenso e diritti d’autore online.
La mia sensazione è che il popolo del web, pur essendo probabilmente più informato, si è trovato però un po’ impreparato di fronte ad azioni così poco democratiche sia nei modi (fiducia in Parlamento) sia nei contenuti delle proposte.
In Parlamento, o comunque vicino alle forze politiche, esiste una bellissima pluralità di competenze digitali, attive e prolifiche di idee sui Social Media.
Già più volte ho affermato la potenza inclusiva dei Social Media, in politica, o nel sociale per disintermediare, per coinvolgere risorse che producono idee che diventano progetti virtuosi grazie al lavoro collaborativo, al confronto, alla condivisione.
Di fronte alla complessità contemporanea e alla penuria di risorse, dobbiamo ripensare la progettazione e il ruolo delle istituzioni partendo da due nuovi assunti: le informazioni rilevanti possono essere raccolte attraverso l’uso dei media sociali e lo spazio pubblico deve essere ridefinito alla luce dei dati e delle nuove possibili interazioni.
In quest’ottica ho immaginato essere opportuno aprire un WIKI dove chiunque può entrare, scrivere, progettare, proporre intorno al tema AGENDA DIGITALE e SmartCities. I due progetti si inseguono e si intersecano, ma per brevità ed efficacia il wiki si chiama http://agendadigitale.pbworks.com
Nella pagina di benvenuto c’è una proposta di metodo di lavoro.
Il wiki è apolitico, è trasversale a tutte le forze politiche e vuole coinvolgere competenze digitali (e non solo) sui pillar di Agenda Digitale: Sanità, Scuola, Mobilità, Governo, Ambiente, …
Vuole essere un supporto per l’Agenzia per l’Italia Digitale, per Caio, per i Parlamentari, per le Regioni …
Forse, più il progetto è condiviso, dibattuto e approfondito da più competenze (questo è il bello dei wiki) più ci si avvicina a una sostenibilità e a una fattibilità.
Buon lavoro e spero di vedervi nel WIKI.

Agenda Digitale dimenticata?

Agenda Digitale dimenticata dalla politica?
Il “digitale” interessa o non interessa?
È chiaro che in questi giorni politicamente convulsi il digitale è passato in secondo piano.
A parer mio, una visione più digitale avrebbe consentito processi trasparenti e inclusivi anche a supporto di alcune scelte e decisioni importanti quale, ad esempio, la scelta dei candidati alla Presidenza della Repubblica. Forse sono ingenuo ad affermare ciò.
Il sondaggio sul portale del MoVimento 5 Stelle per definire il candidato M5S è stato criticato per mancanza di trasparenza (!) e poca rappresentatività. Circa la rappresentatività mi piace ricordare la regola (non regola) del 1 + 9 + 90 che disegna il comportamento sui media sociali: 1 pubblica una notizia (scrive un post), 9 la commentano o la condividono, 90 la leggono e basta. Questa regola sottolinea un approccio culturale ancora molto analogico. L’evoluzione al digitale è un processo sicuramente lungo e complesso e deve essere agevolato dalla politica che deve interpretare i driver e trasformarli in processi e organizzazione. Il M5S si sta muovendo in questa direzione utilizzando la rete per includere i cittadini in processi decisionali nel governo del territorio (Parma per esempio e il progetto Parlamento Elettronico in rool-out in queste settimane), accorciando la distanza tra cittadino (attivo) e politico (cittadino eletto).
La mia sensazione è che il Governo Letta non sia così proteso a sostenere questo cambiamento. Vedendo il “braccio di ferro” tra PD e PDL per l’assegnazione di poltrone e responsabilità, mi viene da pensare che il focus sia ancora sulla detenzione dei luoghi di potere e non su come agevolare il processo di concretizzazione dell’Agenda Digitale.
Nelle aziende l’ICT decide le politiche digitali aziendali di concerto con il management.
Così nel Governo si dovrebbe individuare una figura (anche un “visionario”), alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio, responsabile delle politiche digitali e che abbia l’autorevolezza necessaria per coordinare anche i ministeri “pesanti”, come Mise e Miur, le strategie delle Regioni e degli enti locali.
L’Agenzia per l’Italia Digitale diventa il braccio operativo che concretizza le scelte governative.
La frammentazione tra Miur, Mise, Funzione pubblica, … sulle deleghe dell’Agenda Digitale fanno perdere efficacia all’azione del Governo, già viziata da un ritardo di 2 anni.
Ci sono peraltro alcuni temi assolutamente scottanti nell’area Comunicazioni.
La gestione delle frequenze, per esempio che non può essere di competenza di politici di “area Mediaset”.
Occorre sistemare le questioni relative allo spettro delle frequenze e valorizzarle correttamente con un orizzonte superiore ai cinque anni, fornendo così più certezze agli operatori, e garantendo allo Stato maggiori entrate. Parallelamente intervenire sulla Rai, Azienda di Stato, impostando un piano industriale strategico, guardando a cosa sta succedendo nel mondo sul tema OTT TV, per esempio. Allora perché non dividere la Rai che raccoglie la pubblicità sul mercato e privatizzarla? E quindi perché non assegnare alla RAI “rimanente” un multiplex di servizio pubblico, con quattro-cinque canali dei quali, uno generalista e altri tematici e di info-tainment, tipo Rai Scuola o Rai Storia, tutti finanziati solo con il canone e senza pubblicità?
Temi forti, attuali e complessi che devono essere affrontati con un processo decisionale trasparente e inclusivo. Gli “addetti ai lavori” lo chiedono a gran voce e sono stanchi di questo traccheggiare tipico della vecchia politica. Chiediamo al nuovo Governo un gesto forte per accorciare la filiera, includere i cittadini, ridare credibilità.

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Stiamo vivendo un periodo fantastico dal punto di vista del fermento culturale e dell’innovazione.

Sembra incredibile sentir dire queste parole, “periodo fantastico” in un momento di crisi profonda e, apparentemente, infinita …

Però, a mio avviso, è partita una rivoluzione di pensiero, una rivoluzione di vita del cittadino.

Un filosofo affermava che la ricerca della felicità individuale e la ricerca della felicità della comunità (il bene comune) si alternano, nella storia, come seguendo un’onda sinusoidale. Ecco, ora siamo nella fase della ricerca del bene comune.

Molti, tanti, sempre di più, s’interessano di quello che è il bene comune cioè l’ambiente, il lavoro, l’energia, la connettività (nel mio caso), l’acqua, …

S’interessano, cioè si informano, cioè ricercano l’informazione.

Siamo entrati nell’era 2.0. Tutti noi, non solo i nativi digitali; il 2.0 è un modo di vivere transgenerazionale, dal 16enne fino al pensionato, analogico fino a ieri.

2.0 vuol dire che l’informazione non è più solamente in un’unica direzione (da uno a molti –senza memoria- come la TV o come il vecchio web con i siti “vetrina”); ora chiunque può contribuire, nel fantastico circo mediatico dell’informazione, costruendo la notizia, l’idea, l’opinione, il progetto; c’è sempre di più la consapevolezza del “potere del telecomando”: spengo la TV e accendo la rete.

In rete trovo le informazioni. Sono io che le cerco con un atteggiamento proattivo, non mi passano sotto al naso, mentre sto apparecchiando per la cena, ma le cerco, le trovo, sono li e rimangono li: questa è la memoria della rete.

In rete riesco a trovare le informazioni aggregate per contenuto (l’hashtag può cambiare la visione del mondo), aggregate per gruppi di persone competenti che hanno messo la propria professionalità a servizio della comunità per risolvere un qualsiasi argomento vicino alle proprie competenze.

Ecco, “il mettersi al servizio della comunità”, cioè il mettersi in gioco.

Non si pensa più e solo con una visione individualistica ma si ragiona, ci si muove, ci si mette in gioco per il bene comune, per la comunità.

La comunità è fatta di relazioni, è una rete di rapporti tra persone che portano le proprie competenze e le proprie ricchezze.

La tecnologia, per combinazione, ci è venuta dietro in questa evoluzione.

La rete è diventata 2.0, quindi interattiva e bidirezionale.

I social network ripropongono le relazioni sociali. Offrono le “piazze virtuali” dove condividere informazioni, approfondire, decidere, tutto in maniera fluida, dove ognuno può dire la sua, ognuno può contribuire a costruire, a trasformare un’idea innovativa in progetto virtuoso.

Quindi, ci si può informare, con un’informazione libera, condividendo (e magari indignandosi) si può maturare una consapevolezza e, per i più coraggiosi, si può contribuire a costruire una proposta per il bene comune. È un processo che si sviluppa fluido in rete, in maniera democratica, paritetica, libera, trasparente.

Il MoVimento 5 Stelle è nato così.

È nato in questo scenario, ha catalizzato queste pulsioni della società, del vivere civico di molte persone che si sono sentite risvegliate dai molti temi presentati sul blog di Beppe Grillo e nel suo ecosistema dove, non solo il comico genovese, ma tanti esperti, premi Nobel, … hanno affrontato temi economici (Stigliz), ambientali (Paul Connett), culturali (Dario Fo), internazionali (Moni Ovadia), …

Non solo denuncia, ma proposta, progetto, costruito in rete.

E così è stato anche per l’Agenda Digitale.

Nei mesi invernali abbiamo lavorato sul programma del MoVimento 5 Stelle attualizzandolo e aggiungendo alla parola “Informazione” il concetto di “digitalizzazione”.

L’informazione è uno dei fondamenti della democrazia e della sopravvivenza individuale. Se il controllo dell’informazione è concentrato in pochi attori, inevitabilmente si manifestano derive antidemocratiche. Se l’informazione ha come riferimenti i soggetti economici e non il cittadino, gli interessi delle multinazionali e dei gruppi di potere economico prevalgono sugli interessi del singolo. L’informazione quindi è alla base di qualunque altra area d’interesse sociale. Il cittadino non informato o disinformato non può decidere, non può scegliere. Assume un ruolo di consumatore e di elettore passivo, escluso dalle scelte che lo riguardano.

Il lavoro di digitalizzazione del Programma M5S si è sviluppato grazie al lavoro di centinaia di attivisti, in un processo aperto e democratico,

  • sul Meet Up regionale: piattaforma (e app) americana libera, che è stata utilizzata come forum con funzionalità anche di calendar,
  • sul Wiki Connettività: piattaforma PBWorks, anch’essa free, utilizzata per approfondire e sviluppare le tematiche, con funzionalità semplici di forum, modello WIKIpedia,
  • e su Liquid Feedback: piattaforma free, open source, balzata agli onori della cronaca per aver fatto la fortuna dei Piraten tedeschi; piattaforma utilizzata per discutere e votare le proposte più concrete e realizzabili coerentemente alle regole della Democrazia Liquida.

Il MoVimento 5 Stelle, per come è nato e per come è strutturato, ha la forza politica per tenere la barra delle decisioni dritta, lontana da accordi sottobanco, dal consociativismo, da commistioni affaristiche lobbistiche, da tornaconto personale. Ha questa forza perché viene dal basso, perché tutte le scelte escono da un processo democratico e fluido che coinvolge i cittadini interessati e informati, perché gli indirizzi politici sono condivisi in maniera trasparente con la rete di attivisti, perché –quindi- il politico eletto non è un individuo ma è il portavoce di una rete.

L’integrità del M5S consiste nella sua struttura, nel suo essere rete di cittadini, rete trasparente e paritetica.

Per questi motivi, il Programma del M5S rappresenta il MoVimento ed è la sua concretizzazione.

In particolare sul tema “Informazione e Digitalizzazione”, incrociando le norme del recente Decreto Crescita 2.0 (legge dal 18 dicembre), le indicazioni di Agenda Digitale e i temi affrontati dal progetto SmartCities, si ottengono le direttrici principali sulle quali il M5S si muoverà.

Agenda Digitale affronta il tema del Divario Digitale, in inglese Digital Divide, cioè la realizzazione di nuove infrastrutture di rete per raggiungere la popolazione con una connettività più o meno larga o ultra larga.

La Pubblica Amministrazione deve svolgere un ruolo proattivo di project management per attuare il progetto di realizzazione di nuove infrastrutture di rete, che abbia come obiettivo “la connettività come bene comune”.

Grazie al Decreto Crescita, il Governo stanzierà parecchi fondi (che si sommano i finanziamenti europei) dedicati alla realizzazione di nuove infrastrutture di rete.

Dobbiamo invertire il paradigma. Non più soldi pubblici a pioggia, magari mirati in virtù di un consociativismo o un’italiana tendenza alle lobbies o altro.

Il Decreto Crescita prevede un’apertura alla collaborazione privato-pubblico, con un’impostazione dei Bandi di Gara a incentivo (una modalità diversa rispetto a quella usata finora da Infratel-Sviluppo economico per creare reti anti digital divide) che favoriscono il marketing territoriale.

La Pubblica Amministrazione, proprietaria (o controllante con le municipalizzate) di infrastrutture passive, quali fiumi, strade e autostrade, collettori fognari, illuminazione stradale, …, si deve sedere intorno a un tavolo congiunto con gli Operatori (che hanno necessità di un’infrastruttura di rete potente per i servizi 4G, per esempio) per realizzare congiuntamente una rete della quale solo una piccola parte diventerà di proprietà della PA per rilegare le proprie sedi (uffici, biblioteche, piscine, …); grazie a questa infrastruttura di rete di proprietà la PA potrà veicolare, a costo pari a zero, le comunicazioni interne voce-video-dati e potrà rendere fruibili al cittadino, nelle proprie sedi, grazie a un accesso wi-fi libero, i servizi digitali amministrativi accedibili gratuitamente e senza limiti di tempo.

La rete del Comune può rilegarsi con altri comuni a livello provinciale, le provincie tra loro a livello regionale e così a livello nazionale.

Gli Operatori, di contro, si trovano una rete performante e capillare sulla quale veicolare i propri servizi evoluti.

Un’altra linea d’azione per abbattere il Digital Divide: ottimizzazione della spesa corrente. Una best pratice e un caso con più ombre che luci per fissare questo semplice concetto.

La Provincia di Milano ha intrapreso negli anni 2003-2007 un articolato cammino progettuale, partito dalla fase di assessment per arrivare alla redazione di capitolati tecnici di più gare a evidenza pubblica bandite con una definita strategia digitale: abbattere la spesa corrente a favore del conto capitale per realizzare una rete di proprietà performante e di qualità. L’assessment ha reso evidente la spesa, verso un Operatore, pari a circa 400.000 € all’anno per collegare 20 telecamere sul territorio. Con un progetto quinquennale (400.000 € x 5 = 2.000.000 €) la PdM ha realizzato una rete (di proprietà, in conto capitale) di 250 km in fibra ottica posata nei collettori fognari controllati dai Consorzi Provinciali, rete che interconnette non solo le 20 telecamere, ma anche le sedi provinciali sul territorio. La rete ha poi federato alcuni Comuni della Provincia.

Il Comune di Milano, con Albertini sindaco, ha privatizzato AEM proprietaria delle fibre ottiche posate a realizzare una delle reti più capillari in Europa. Grazie a questa infrastruttura nascono Fastweb e Metroweb. Albertini ottiene l’utilizzo a titolo gratuito del 15% delle fibre ottiche posate. Letizia Moratti, nel 2005, bandisce una gara (Campus 2) da 14,5 milioni di € per collegare 700 siti del Comune con una rete in fibra ottica acquistata in modalità IRU (noleggio di fibra ottica spenta). In questo caso, nessun assessment, nessuna progettualità, nessuna ottimizzazione.

In conclusione, il digital divide può essere abbattuto.

La vision è fondamentale e deve prevedere marketing territoriale e ottimizzazione della spesa corrente.

Gli investimenti europei e governativi devono essere veicolati con gare a incentivo, con appalti a concorso, nell’ottica della trasparenza e della legalità.

Agenda Digitale affronta il tema Open Data.

Le Pubbliche Amministrazioni e gli organismi pubblici devono pubblicare i propri dati in formato aperto, cioè in modalità che ne permettano l’accesso e il riutilizzo, anche a fini commerciali, senza costi per i cittadini. I dati e le informazioni devono costituire un patrimonio collettivo, un bene pubblico digitale.

I dati pubblici divengono in modo esplicito un diritto dei cittadini che in questo modo hanno accesso a un’importante risorsa per costruire una migliore consapevolezza civica e per creare una nuova generazione di servizi.

In un paese in deficit di credibilità questa riforma ha lo scopo di promuovere innanzitutto la trasparenza ma soprattutto è il primo passo per creare un vero governo aperto che sappia collaborare con i cittadini e attivare percorsi di partecipazione alla gestione della cosa pubblica.

Non solo Democrazia Diretta, ma Partecipativa e Fluida con piattaforme software Open Source che permettano l’interazione con i cittadini e gli attivisti da parte degli eletti.

In tema di trasparenza, dovranno poter essere consultate apertamente le delibere, le determine, i contratti (la gestione del quinto d’obbligo è sempre un’area oscura nella gestione dei contratti), gli impegni di spesa: si dovrà poter sapere come vengono allocati i soldi pubblici; dovrà risultare evidente se, per realizzare un’opera d’importo ingente, al posto di bandire una procedura (Appalto, Gara, …) a evidenza pubblica, viene suddivisa l’opera in tanti piccoli capitoli di spesa con procedura in trattativa privata a inviti. Meccanismo nel quale s’innestano fatalmente lobbies e mafie.

La trasparenza è sinonimo di legalità.

Agenda Digitale abbatte il muro tra Stato e Cittadini.

La Pubblica Amministrazione deve avere un ruolo proattivo nel processo di digitalizzazione e semplificazione:

  1. Progetto d’introduzione e normalizzazione all’utilizzo di software gratuiti (open source).
  2. Implementazione di Cloud Computing della Pubblica Amministrazione;
  3. Strutturazione dei servizi nell’ottica BYOD Bring Your Own Device;
  4. e-Procurement;
  5. e-Goverment;
  6. Cittadinanza digitale per nascita, PEC e badge digitale per ogni nativo digitale;
  7. Incentivazione per le imprese che utilizzano il telelavoro e per i dipendenti della Regione Lombardia per ridurre il fenomeno del pendolarismo.

L’infrastruttura di rete è abilitante per i servizi digitali nella Sanità (ricetta elettronica, Fascicolo Elettronico Sanitario, …), nella Scuola (registri digitali, libri digitali, lim, teledidattica, e-Learning, corsi universitari on line e gratuiti …), nella Giustizia.

La rivoluzione digitale è iniziata!

Siamo ormai cittadini 2.0!

Cosa vuol dire essere 2.0? Vuol dire che abbiamo voglia di informarci, di ricercare l’informazione, di discutere, di condividere, di proporre, di progettare…

Ciascuno di questi verbi porta dentro una forza inarrestabile, che si somma, che diventa inarrestabile, che ora fa paura, fa paura alla casta dell’informazione, del Governo, …

Informazione

La “coperta” della TV è corta! La rete permette di scoprire un’altra verità, permette di condividerla e di diffonderla come un virus. La rete ha memoria. In TV la notizia passa e va. In rete rimane, per sempre. È viva, viene approfondita, si aggrega ad altre idee.

Steve Jobs diceva che bisognava unire i puntini… questo è il cittadino 2.0. “be foolish be hungry!” Il cittadino 2.0 ricerca l’informazione, la studia, la approfondisce. Si mette in gioco, mette in gioco la propria professionalità in questo meccanismo inclusivo per trovare soluzioni, per trasformare idee innovative in progetti virtuosi.

Digitalizzazione

In tutto questo processo la tecnologia ci aiuta: la rete, i social network…

Agenda Digitale è un progetto europeo per la digitalizzazione.

Il MoVimento 5 Stelle ha fatto suo questo progetto, l’ha integrato nel programma: Open Data, Digital Divide, Sanità Digitale, e-Goverment, e-Procurement, Scuola Digitale …. Il Programma non rimarrà teoria perché il M5S è una rete di Cittadini 2.0.

Open Data vuol dire “trasparenza”, quindi “legalità”.

Usiamo il “Digitale” per invertire la piramide! Tutti si devono, si possono, (e adesso) si vogliono occupare del BENE COMUNE.

Usiamo il “Digitale” per accorciare la filiera nel cibo (ciboprossimo), per fermare il consumo di suolo (salviamoilpaesaggio), per invertire il ciclo dei rifiuti (zerowaste), per efficientare l’impatto energetico e pulire la nostra energia (energie rinnovabili, smartgrid e nuove tecnologie).

Un po’ di riflessioni sull’Agenda Digitale del M5S

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Stiamo vivendo un periodo fantastico dal punto di vista del fermento culturale, dell’innovazione.

Sembra incredibile sentir dire queste parole, “periodo incredibile” in un momento di crisi profonda e sembra infinita…

Però, a mio avviso, è partita una rivoluzione di pensiero, una rivoluzione di vita del cittadino.

Un filosofo (non mi ricordo il nome, d’altronde io sono un ingegnere) affermava che la ricerca della felicità individuale e la ricerca della felicità della comunità (il bene comune) si alternano nella storia come seguendo un’onda sinusoidale. Ecco, ora siamo decisamente nella fase della ricerca del bene comune.

Molti, tanti, sempre di più, si interessano di quello che è il bene comune cioè l’ambiente, il lavoro, l’energia, il digital divide (nel mio caso), l’acqua, …

Si interessano, cioè si informano. Siamo 2.0, ma non solo i nativi digitali –definizione orribile-, il 2.0 è un modo di vivere transgenerazionale, dal 18enne fino al pensionato, analogico fino a ieri.

2.0 vuol dire che non si lavora più in un’unica direzione (da uno a molti –senza memoria- come la TV) ma chiunque può contribuire dicendo la sua nel fantastico circo mediatico dell’informazione; c’è sempre di più la consapevolezza del “potere del telecomando”: spengo la TV e accendo la rete.

In rete trovo le informazioni, non mi passano sotto al naso mentre sto apparecchiando per la cena, le trovo, sono li e rimangono li: questa è la memoria della rete.

In rete riesco a trovare le informazioni aggregate per contenuto (l’hashtag può cambiare la visione del mondo), aggregate per gruppi di persone competenti che hanno messo la propria professionalità a servizio della comunità per risolvere un qualsiasi argomento vicino alle proprie competenze.

Ecco, “il mettersi al servizio della comunità”, cioè il mettersi in gioco. La gente non pensa più e solo con una visione individualistica ma ragiona, si muove, si mette in gioco per il bene comune, per la comunità.

La comunità è fatta di relazioni, è una rete di rapporti tra persone che portano le proprie competenze e le proprie ricchezze.

La tecnologia –combinazione- ci è venuta dietro in questa evoluzione. La rete è diventata 2.0, quindi interattiva e bidirezionale.

I social network ripropongono le relazioni sociali. Offrono le “piazze virtuali” dove condividere informazioni, approfondire, decidere, tutto in maniera fluida, dove ognuno può dire la sua, ognuno può contribuire a costruire a trasformare un’idea innovativa in progetto virtuoso.

Quindi, ci si può informare, con un’informazione libera, condividendo (e magari indignandosi) si può maturare una consapevolezza e, per i più coraggiosi, si può contribuire a costruire una proposta per il bene comune. È un processo che si sviluppa fluido in rete, in maniera democratica, paritetica, libera, trasparente.

Il MoVimento 5 Stelle è nato così. È nato in questo scenario, ha catalizzato queste pulsioni della società, del vivere civico di molte persone che si sono sentite risvegliate dai molti temi presentati sul blog di Beppe Grillo, non solo dal comico genovese, ma da tanti esperti, premi nobel, … che hanno affrontato temi economici (Stigliz), ambientali (Paul Connett), culturali (Dario Fo), internazionali (Moni Ovadia), …

Non solo denuncia, ma proposta, progetto, costruito in rete.

E così è anche sull’Agenda Digitale.

L’Agenda Digitale è un progetto internazionale, i temi sono definiti, è facile per una forza politica inserire nel proprio programma i punti programmatici di Agenda Digitale.

La vera differenza del MoVimento 5 Stelle è che ha la forza politica per tenere la barra delle decisioni dritta, lontana da accordi sottobanco, dal consociativismo, da commistioni affaristiche lobbistiche (più o meno di Dio), da tornaconto personale. Perché ha questa forza: perché veniamo dal basso, perché tutte le scelte escono da un processo democratico e fluido che coinvolge i cittadini interessati e informati, perché gli indirizzi politici sono condivisi in maniera trasparente con la rete di attivisti, perché –quindi- il politico eletto non è un individuo ma è il portavoce di una rete.

L’integrità del M5S consiste nella sua struttura, nel suo essere rete di cittadini, rete trasparente e paritetica.

L’Agenda Digitale affronta il tema degli Open Data:

Le pubbliche amministrazioni e gli organismi pubblici devono pubblicare i propri dati in formato aperto, cioè in modalità che ne permettano l’accesso e il riutilizzo, anche a fini commerciali, senza costi per i cittadini. I dati e le informazioni diventano perciò un patrimonio collettivo, un bene pubblico digitale. I dati pubblici divengono in modo esplicito un diritto dei cittadini che in questo modo hanno accesso a un’importante risorsa per costruire una migliore consapevolezza civica e per creare una nuova generazione di servizi. In un paese in deficit cronico di credibilità questa riforma ha lo scopo di promuovere innanzitutto la trasparenza ma soprattutto è il primo passo per creare un vero governo aperto che sappia collaborare con i cittadini e attivare percorsi di partecipazione alla gestione delle cosa pubblica.

Finalmente potranno essere consultate apertamente le delibere, le determine, finalmente si potrà sapere come vengono allocati i soldi pubblici. La trasparenza è sinonimo di legalità.

Si potrà immediatamente vedere se la PA, per realizzare un’opera di importo ingente, al posto di bandire una procedura (Appalto, Gara, …) a evidenza pubblica, ha “spezzettato” l’opera in tanti piccoli capitoli di spesa con procedura in trattativa privata (invito chi voglio io). Meccanismo nel quale si innestano le lobbies e le mafie.

Si potrà immediatamente vedere se e come è stato utilizzato il quinto d’obbligo. La Corte dei Conti vigila.

Si potrà immediatamente vedere come vengono utilizzati i rimborsi, cioè quanti iPhone, iPad vengono acquistati dagli eletti.

Si potrà seguire in diretta il Consiglio dei Ministri per capire come vengono prese certe decisioni, o meglio, come le decisioni vengano prese in altri luoghi.

L’Agenda Digitale affronta il tema del Divario Digitale, in inglese Digital Divide, cioè la realizzazione di nuove infrastrutture di rete per raggiungere la popolazione con una connettività più o meno larga o ultra larga, la realizzazione del cloud computing …

Molto ho già scritto su questo blog.

Grazie ad Agenda Digitale, il Governo stanzierà parecchi denari dedicati alla realizzazione di nuove infrastrutture di rete. A questi denari si sommano i finanziamenti europei. Questi denari saranno recepiti dalle Regioni.

L’Agenda Digitale prevede un’apertura alla collaborazione privato-pubblico, con un’impostazione dei Bandi di gara che favoriscono il marketing territoriale:

I bandi saranno a incentivo (una modalità diversa rispetto a quella usata finora da Infratel-Sviluppo economico per creare reti anti digital divide, Ndr.). Per le coperture non saranno usati quindi solo fondi pubblici. Vinceranno i bandi, cioè, gli operatori che contribuiranno maggiormente con proprie risorse -da sommare a quelle pubbliche- e assicureranno di fare reti più estese.

La Pubblica Amministrazione deve svolgere il ruolo di project management.

Dobbiamo invertire il paradigma. Non più soldi pubblici a pioggia, magari mirati in virtù di un consociativismo o un’italiana tendenza alle lobbies o altro.

Il progetto deve partire dalla PA e deve vedere come obiettivo “la connettività come bene comune”. Come? Con che soldi?

Diverse linee d’azione:

  1. ottimizzazione della spesa corrente: un esempio per chiarire. La Provincia di Milano spendeva verso Telecom Italia 400.000€ all’anno per collegare 20 telecamere sul territorio. Con un progetto quinquennale (400.000€ x 5 = 2mio€) la PdM è diventata proprietaria di una rete in fibra ottica di 250 km che interconnettono non solo le 20 telecamere, ma anche le sedi provinciali sul territorio.
  2. Marketing territoriale: la PA si può sedere intorno a un tavolo congiunto con gli Operatori per realizzare congiuntamente una rete della quale solo una piccola parte diventerà di proprietà della PA per rilegare le proprie sedi (uffici, biblioteche, piscine, …) e poter così veicolare a costo pari a zero le comunicazioni interne voce-video-dati e poter trasportare sul territorio i servizi al cittadino accedibili gratuitamente e senza limiti di tempo, nelle proprie sedi grazie a un accesso wi-fi libero. La rete del Comune può rilegarsi con altri comuni a livello provinciale, le provincie tra loro a livello regionale e così a livello nazionale. Gli Operatori, di contro, si trovano una rete performante e capillare sulla quale veicolare i propri servizi B2B e B2C.
  3. Investimenti europei e governativi veicolati con gare a incentivo, con appalti a concorso, nell’ottica dell’Open Data e della trasparenza (e legalità).

L’infrastruttura realizzata permette di veicolare servizi al cittadino che siano sulla

Sanità

i.         Ricetta elettronica

ii.         Carta del malato (badge),

iii.         FES Fascicolo Elettronico Sanitario

Scuola

i.         Progetto strutturato in sinergia con le iniziative MIUR per la digitalizzazione della Scuola (registri digitali, libri digitali, lavagna interattiva multimediale, …);

ii.         Graduale abolizione dei libri di scuola stampati e introduzione dei tablet per gli studenti; accesso gratuito ai testi via Internet in formato digitale;

iii.         Teledidattica ed e-Learning (didattica a distanza via Internet) anche di lezioni universitarie con accesso pubblico;

iv.         Realizzazione di corsi universitari on line e gratuiti.

Infine, un’ultima riflessione su un tema fondamentale per il progetto Smart Cities: l’Energia.

La bolletta energetica italiana (cioè quanto spendiamo in energia a livello nazionale) è pari a circa 1.000 Miliardi di €. Il dato più sconvolgente è che l’efficienza energetica è intorno al 56%.

Lavorare sull’abbattimento del 44% è la vera rivoluzione industriale ed economica del 21esimo secolo. Come?

Due livelli. A livello residenziale, dobbiamo iniziare a metterci in gioco. Cioè dobbiamo iniziare a lavorare con tecnologie innovative che comportano risparmio energetico: caldaia a condensazione, solare termico, fotovoltaico, … per arrivare alle case passive.

I soldi si trovano nel risparmio. Io attualmente spendo 4000€ all’anno per il riscaldamento (3500€ per il gasolio del riscaldamento centralizzato) e per l’acqua calda (500€ per il boiler elettrico). Rendendo autonomo il mio appartamento (da giugno si può) avrò il riscaldamento e l’acqua calda grazie a una caldaia a condensazione con solare termico integrato, spendendo indicativamente 1000€ all’anno. In meno di 5 anni mi ripago l’impianto (poi sarà tutto risparmio!), grazie anche alla detrazione fiscale del 55%, e riduco fortemente il mio impatto sull’ambiente. La Pubblica Amministrazione deve favorire questi progetti virtuosi non tanto –e solo- con finanziamenti e sgravi fiscali, ma anche con, per esempio, accordi quadro con fornitori di tecnologia, con differenziazione dei prezzi dei combustibili a seconda della classe energetica dell’immobile, …

A livello Pubblica Amministrazione il meccanismo è il medesimo per gli edifici di proprietà.

Questo indirizzo politico porta alla rivoluzione industriale ed energetica. Smuove l’economia. Aiuta l’ambiente. Quindi bene comune.

Decreto Sviluppo 2.0 è Legge

Abbiamo l’Agenda Digitale

Ieri la Camera ha votato e approvato, dopo la discussione e un’avventurosa votazione in Senato, il decreto Crescita 2.0 che comprende le norme sull’ Agenda Digitale Italiana.

Finalmente, dopo quasi un anno di lavoro e dopo molti anni di attesa, anche il nostro Paese ha un’Agenda Digitale, un pacchetto di norme o meglio un insieme di politiche per lo sviluppo del digitale che dovrebbero ridurre l’arretratezza accumulata in questi  ultimi 15 anni e rilanciare i settori più vitali dell’economia, promuovendo innovazione e crescita.

Con l’approvazione di questa piccola grande legge cambieranno molte cose in Italia. Ovviamente non sarà la panacea dei mali che abbiamo accumulato in vent’anni di scandaloso disinteresse politico all’innovazione, ma rappresenta, comunque, il punto di partenza per un nuovo inizio.

Comunità Intelligenti (Smart Cities)

Da domani le città e le comunità italiane che decideranno di intraprendere un percorso d’innovazione “smart” potranno contare su una piattaforma nazionale che le aiuti a condividere le esperienze, a mettere in comune i dati e i servizi informativi, a riusare le soluzioni realizzate.

Sarà creato un sistema di monitoraggio nazionale nuovo e avanzato con lo scopo di controllare con precisione l’efficacia e l’impatto delle politiche adottate per migliorarle e renderle sempre più efficienti. Sarà scritto, in comunione tra PA centrale e locale, lo Statuto delle Comunità intelligenti, una carta dei diritti che dovranno avere i cittadini delle comunità intelligenti e che definisce un nuovo spazio d’inclusione sociale, accessibilità e apertura. La norma descrive perciò un contesto di progresso tecnologico e sociale in quanto le città intelligenti non migliorano soltanto la puntualità dei mezzi pubblici ma devono, come principale obiettivo, avvicinare le periferie al centro, favorire l’innovazione e offrire opportunità nuove a chi ne ha più bisogno.

Dati di tipo aperto (Open Data). Da oggi le pubbliche amministrazioni e gli organismi pubblici devono pubblicare i propri dati in formato aperto, cioè in modalità che ne permettano l’accesso e il riutilizzo, anche a fini commerciali, senza costi per i cittadini.

I dati e le informazioni diventano perciò un patrimonio collettivo, un bene pubblico digitale. I dati pubblici divengono in modo esplicito un diritto dei cittadini che in questo modo hanno accesso a un’importante risorsa per costruire una migliore consapevolezza civica e per creare una nuova generazione di servizi. In un paese in deficit cronico di credibilità questa riforma ha lo scopo di promuovere innanzitutto la trasparenza ma soprattutto è il primo passo per creare un vero governo aperto che sappia collaborare con i cittadini e attivare percorsi di partecipazione alla gestione delle cosa pubblica.

L’articolo 9 del decreto è stato discusso con le comunità online e le sue componenti derivano da proposte dirette di associazioni di cittadini o imprese che promuovono il modello open data; esso è frutto di un’innovazione di processo che potrebbe essere adottate in modo sistematico in futuro.

Startup. Grazie all’ottimo lavoro della Task Force sulle startup abbiamo un contesto normativo finalmente favorevole al cambiamento, finalmente favorevole alle giovani imprese innovative. Sono molte le facilitazioni introdotte: dalle misure per la nascita, a quelle per rendere più flessibile il lavoro nelle startup, a quelle per favorirne il finanziamento, alla promozione degli acceleratori sia privati sia universitari, alla definizione di un contesto normativo in cui il fallimento sia considerato fisiologico e non patologico.

Con queste norme sono state create le fondamenta di un nuovo settore industriale, cercando anche qui, come in tutti i punti dell’Agenda Digitale, di colmare il ritardo accumulato e di offrire strumenti e coraggio per il rilancio del sistema. Uno degli elementi caratteristici di questa parte del decreto, che rappresenta probabilmente l’innovazione più importante, è stato l’utilizzo di un modello aperto o, come si dice, multi-stakeholder che è partito della creazione di un gruppo di lavoro di esperti, esterni all’amministrazione pubblica, che hanno definito il contesto di intervento con un rapporto che poi si è tradotto, nelle parti per cui era possibile, in norma.

Crowdfunding e innovazione sociale. presenta il primo importante passo per attivare nuovi strumenti. Su tutti il crowdfunding che facilita la raccolta di capitali in modo diffuso attraverso internet e ha lo scopo di permettere a chiunque di investire anche piccolissime somme in un’idea che lo convince.

E’ interessante notare che una norma di questo tipo è stata di recente adottata dall’ amministrazione Obama, forse non siamo così indietro. Infine il lavoro iniziato su strumenti come gli impact bonds e la finanza ad impatto sociale sta producendo, con dei tempi naturalmente più lunghi di quelli del resto dell’Agenda, un incremento di consapevolezza e di attenzione anche all’ interno delle istituzioni, segnando la strada per realizzare nuove misure in futuro.

Politiche per la ricerca. S’introducono alcuni cambiamenti importanti nelle politiche sulla ricerca e l’innovazione che offrono strumenti innovativi alla PA per dialogare con il mercato.

In particolare è introdotto il Procurement Pre Commerciale che permette di attivare partnership tra pubblico e privato su problemi emergenti, in cui i due attori collaborano nella definizione di soluzioni innovative. Si definisce un ruolo nuovo della PA che non solo investe ma diventa un acquirente intelligente catalizzando i bisogni dei territori e della società con lo scopo di aumentare la qualità delle soluzioni adottate e di aggregare la domanda di soluzioni innovative. Una PA che è capace di sopportare il peso di una maggiore discrezionalità necessaria per fluidificare il processo di approvvigionamento e renderlo più consono alla materia specifica . Si vuole creare un’amministrazione pubblica in grado di assumere un ruolo di traino e di essere leader nell’ecosistema innovativo nazionale.

Il decreto sull’agenda digitale presenta anche molte altre innovazioni che riguardano elementi strutturali del funzionamento dello Stato e sono indispensabili per il rilancio del paese.

Ci sono nuove norme su amministrazione, sanità e giustizia con la creazione di una nuova anagrafe unica nazionale, l’accelerazione nella distribuzione del documento d’identità digitale, le misure sui processi telematici e sulla sanità digitale che permetterebbero di risparmiare miliardi alle casse delle stato. Vi sono risorse importanti, sicuramente non sufficienti ma comunque utili, per allargare la rete in banda larga nazionale. Si promuovono i pagamenti elettronici che sono un elemento indispensabile per dare il via a nuovi servizi che facilitino la vita dei cittadini. Si promuovono le competenze digitali e si è tentato di introdurre i libri digitali nelle scuole.

Sono introdotte novità importanti per l’accessibilità e l’inclusione digitale che sono un elemento cardinale delle politiche digitali se si vuole creare un contesto innovativo capace di facilitare la vita di tutti.

L’innovazione è un disegno collettivo, un puzzle che componiamo insieme, ognuno ha nelle proprie mani il suo piccolo pezzo d’innovazione.

Decreto Sviluppo – Agenda Digitale – SmartCities

Ieri, 18 ottobre 2012, a Smau Milano si è parlato di SmartCities, Agenda Digitale e Decreto Sviluppo. Tre driver che dovrebbero far decollare l’Italia Digitale.

Ho usato il condizionale perché, come spesso accade in Italia, partiamo a manetta e poi ci perdiamo in lentezze burocratiche, conflitti d’interesse e il verbo “condividere” che non riesce spesso a uscire dai piani alti della discussione.

Comunque Agenda Digitale farà da coordinamento delle tante norme contenute del Decreto Sviluppo 2.0 e aprirà la strada per iniziative che scorrono parallele ma, forzatamente dovranno confluire, come SmartCities.

Il coordinamento è fondamentale e deve essere inclusivo e non verticistico. Se si vede per esempio la connettività come bene comune, cioè come un bene della comunità, della cittadinanza, si riuscirà a mettere al centro le esigenze del cittadino e quindi a costruirci sopra progetti ognuno con le proprie precipuità dell’area d’intervento. Il cittadino deve essere ascoltato, deve però partecipare, visto che i mezzi “sociali” ormai sono disponibili alla gran parte della popolazione. Quando si parla di cittadini si coinvolge immediatamente l’Impresa: deve essere stabilito un forte asse tra i Vendor e la Pubblica Amministrazione Centrale e Locale.

Il ruolo della PAC/PAL è quello di Project Management e, visto che gli attori da coordinare sono parecchi, è un ruolo complicato e delicato;  in Italia molte sono le realtà virtuose e i casi di successo devono servire a fornire un esempio di gestione di progetti complessi, dal project financing al project management.

Molto c’è da fare per portare la cultura del digitale nelle PAL e nella PAC. Molto c’è da fare per far ritrovare un ruolo proattivo alla Pubblica Amministrazione, soprattutto in un momento di scarsa credibilità come l’attuale. La Società Civile, o meglio il cittadino deve entrare in gioco e contribuire a costruire un progetto comune con alcune parole chiave: trasparenza, partecipazione, condivisione.

Il 29 ottobre a Bologna ci sarà SMART City Exhibition: Gli obiettivi principali di SmartCities sono:

  • Elaborare in forma collaborativa una definizione condivisa di smart city, ossia mettere in luce i passaggi fondamentali per un approccio strategico e olistico; individuare le politiche settoriali, i nessi tra loro e i percorsi per realizzarle; chiarire il ruolo della tecnologia nei suoi tre livelli: quello della piattaforma di rete, quello degli applicativi verticali (scuola, sanità, welfare, ambiente, energia, mobilità, ecc.), quello delle periferiche, della sensoristica, dei device.
  • Proporre momenti di sensibilizzazione e di formazione per la classe dirigente politica ed amministrativa sul tema delle nuove città.
  • Individuare e divulgare le migliori esperienze italiane e internazionali e identificarne i modelli.
  • Costruire un set di documentazione sui singoli aspetti della smart city che possa costituire una cultura condivisa con il Governo, le città e le imprese e che sia la base su cui costruire le politiche future delle città intelligenti.
  • Confrontarsi sui nuovi modelli di procurement e di partnership pubblico-privata che rendano possibile investimenti lungimiranti per migliorare la qualità del vivere urbano.
  • Offrire ai cittadini e all’opinione pubblica un resoconto puntuale e indipendente sullo stato dell’arte dell’innovazione nelle città, con particolare attenzione alla accountability.

Larga Banda e Banda Ultra Larga

Roberto Sambuco, capo dipartimento Comunicazioni allo Sviluppo economico e fortemente coinvolto nel ridisegno dell’Agenda Digitale Italiana, illustra le indicazioni contenute nel Decreto Sviluppo in tema di Larga Banda e Banda Ultra Larga.

“Abbiamo, nell’Agenda, 170 milioni di euro per la banda larga al Sud (2 Megabit) e 150 milioni per il Centro-Nord. Per quella ultra larga al Sud ci sono 593 milioni. Ulteriori 100 milioni serviranno a costruire datacenter dove centralizzare, in cloud, i servizi per la pubblica amministrazione. Per la banda ultra larga, il piano è stato notificato a Bruxelles e il ministero attende il via libera. Per il Centro-Nord confidiamo sui nuovi fondi Fesr 2014-2020 ora in fase di programmazione da parte dell’Unione Europea. Ancora non sono quantificabili, ma credo saranno rilevanti. Nel giro di un anno sapremo. Sono inoltre in fase di sblocco i fondi del Connecting europe facility, 9 miliardi di euro per tutta l’Europa. Noi ci aspettiamo circa 900 milioni per l’Italia.”

Inoltre, un’apertura alla collaborazione privato-pubblico, con un’impostazione dei Bandi di gara che favoriscono il marketing territoriale:

“I bandi saranno a incentivo (una modalità diversa rispetto a quella usata finora da Infratel-Sviluppo economico per creare reti anti digital divide, Ndr.). Per le coperture non saranno usati quindi solo fondi pubblici. Vinceranno i bandi, cioè, gli operatori che contribuiranno maggiormente con proprie risorse- da sommare a quelle pubbliche- e assicureranno di fare reti più estese. In totale, per la banda ultra larga ci aspettiamo altri 300-400 milioni di euro a breve, tra risorse dei privati e altri contributi delle Regioni.”

Ce la faremo? I segnali sono buoni…

Catasto Nazionale delle Infrastrutture di Rete per NGN

La Anfov (Associazione nazionale per la convergenza nei servizi di comunicazione) ha pubblicato un documento con le indicazioni per facilitare la creazione di reti Ngn (banda ultra larga), riducendo i costi e i tempi.

Si chiama “Catasto nazionale delle infrastrutture di rete per Ngn Linee guida gestionali e realizzative” e contiene appunto le linee guida realizzative e gestionali redatte da alcuni tra i maggiori player italiani, sia Enti Pubblici ( Lepida, Comune di Novara) sia Operatori (TI, Fastweb, …) sia System Integrator (Sirti, Valtellina, …).

Per inciso mi sarebbe piaciuto vedere la Provincia di Milano tra gli Enti Pubblici e magari non vedere Accenture … ma tant’è!

E’ una proposta progettuale che bisogna capire come e quando venga recepita (ora con il decreto qualcosa si muove…) ma comunque rimane un’ottima iniziativa dell’Associazione nazionale per la convergenza nei servizi di comunicazione, nell’ottica di mettere a fattor comune le infrastrutture di rete esistenti.

Iniziamo a vedere quello che c’è.

Stabiliamo delle linee guida progettuali comuni.

Se si riuscisse, anche grazie ad azioni di marketing territoriale, a far partire progetti e realizzazioni a livello comunale, provinciale e regionale, si riuscirebbe ad abbattere il Digital Divide Infrastrutturale.

In questo articolo, si capisce quanto sia importante la connessione a Internet per lo sviluppo di un paese.

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